♡~Entrai nella libreria e aspirai quel profumo di carta e magia che inspiegabilmente a nessuno era ancora venuto in mente di imbottigliare.~♡ Carlos Ruiz Zafón
Passarono altri mesi e intanto la situazione di Serena peggiorava. I medici dicevano che aveva avuto delle complicanze che erano state rivelate dall’ultima tac e costringevano lei a mangiare di più, cosa che però la ragazza si rifiutava di fare. Non mangiava, dormiva sì e no quattro ore a notte ed era sempre più triste. Lucia, per tirarla su di morale, le diceva che sembrava uno zombie e che, se non si fosse ripresa in tempo, i conigli con la bara di Pinocchio sarebbero venuti a prendere anche lei prima del dovuto.
Ma Serena non rideva, era pallidissima e pensava solo e soltanto ad una persona, Jack. Rimpianse di non aver risposto a quella telefonata anche se non era sicura fosse lui.
Poi, un giorno, venne finalmente a farle visita suo padre. Serena sapeva benissimo che fino a quel momento non era venuto solo perché non ne aveva avuto la possibilità. Ma quel giorno era riuscito a ritagliarsi un piccolo spazio nella sua giornata piena di impegni.
«Ciao tesoro. Oddio, come stai? Perdonami, ma sai com’è fatto il mio lavoro. Ogni mattina parto per l’estero e non so mai quando ritorno. Scusami tanto»
«Tranquillo papà, hai fatto bene a non venire. Non voglio che tu mi veda in queste condizioni.»
«Ma che dici! In effetti però non ti trovo un granché. Ma ti danno da mangiare qui dentro? Altrimenti ci parlo io.»
«No no papà. Se sono ridotta così non è colpa dei medici, ma solo mia»
«E perché, perché non mangi e non ti curi?»
«Perché io voglio morire» quelle parole furono come una coltellata nel petto di entrambi.
«Cosa stai dicendo? Ho parlato un secondo fa con i medici e anche se i tuoi parametri sono leggermente fuori dalla norma, hai molte più speranze di vita che di morte.»
«Sì ma sono stufa. Sono stufa di questo ospedale, dei farmaci, delle chemio, di non poter vedere i miei amici, di non stare a casa con te. Se questi sono gli ultimi giorni della mia vita, allora preferisco morire subito fuori di qui.»
«Secondo me, amore mio, è successo qualcosa. Lo percepisco nei tuoi occhi. Avanti, dimmi che c’è.»
Dopo un attimo di tempo in cui Serena si concesse di pensare, la ragazza rispose «Hai ragione! Quando sono arrivata qui ho conosciuto un ragazzo, Jack, e ci siamo subito trovati bene insieme. Ci davamo la forza a vicenda. Lui ha avuto due tumori da cui è guarito e ora è uscito dall’ospedale ed è andato a studiare a Oxford. Papà, non so se lo hai capito ma…noi due stavamo insieme e io l’ho lasciato. Pensavo di fare la cosa giusta»
«E infatti è la cosa giusta, ma a volte le cose giuste fanno molto male. Soltanto una cosa, ma vi sentite ogni tanto o avete troncato completamente i rapporti?»
«Credo che qualche mese fa mi abbia chiamata ma non ho voluto rispondere.»
«E invece dovevi! Da quanto mi dici sembra che lui tenga molto a te, anzi credo proprio che la cosa sia reciproca»
Serena era felice che il padre approvasse la sua storia con Jack e che anzi la spingesse a ritrovarlo.
«Darei qualsiasi cosa per rivederlo, almeno prima di…»
Oggi è stata una giornata alquanto pesante e impegnativa. Ti dico solo che ho appena messo piede in casa da stamattina alle 8.00. Allora, sono stata dalla parrucchiera, ho fatto un taglio molto corto e carino, i capelli leggermente mossi che ricadono graziosamente sulle spalle. Poi sono andata con i miei nonni a comprare dei vestiti estivi da mettere in un’occasione per me importante di domani e poi nel pomeriggio sono stata dalla mia amica estetista. Ma non è finita qui! Dopo essermi dedicata a me stessa, ho dovuto consegnare al mio educatore dell’oratorio i moduli di iscrizione. Perciò sono tornata prima a casa per caricare il file sulla chiavetta, poi sono andata a stampare in cartoleria, poi sono tornata a casa di nuovo e ho fatto compilare e firmare i moduli ai miei, infine sono andata a consegnarli dell’educatore e sono ritornata a casa. Per la strada però, come premio per tutta quella fatica, mi sono fermata ad un bar e ho preso un cono nocciola e tiramisù. Di solito preferisco nocciola e pistacchio, ma, sapendo già che non era molto buono, sono andata sul sicuro.
Quindi, caro diario, puoi ben immaginare come mi senta stanca, considerando che stamattina mi sono svegliata alle 6.00 per preparare i biscotti. Infatti oggi non ho nemmeno scritto una poesia, il che è davvero strano. Ma tranquillo, mi rifarò domani e in questo modo mostrerò ai miei lettori, cui tengo molto, che non mi sono scordata di loro.
Ricetta facile e veloce, ottima per la colazione. Con pochi ingredienti fusi insieme viene a crearsi un gusto raffinato e che invoglia a percepirlo nuovamente.
È la prima volta che preparo i biscotti al latte, ma, come tutte le mie prime volte, sono venuti davvero ottimi!
Da quando Jack se n’era andato per sempre, Serena trascorreva le giornate sola nella sua stanza, a leggere un libro o a suonare la sua chitarra. Era molto brava con il suo strumento, aveva iniziato quando era ancora piccolissima insieme a suo padre e invece pianoforte con sua madre. Avrebbe voluto frequentare il conservatorio, ma la sua famiglia a malapena riusciva a pagare le rate del mutuo. Che poi, se la si poteva definire famiglia la sua. Erano lei e suo padre. La madre era morta quando Serena aveva otto anni per lo stesso cancro della figlia. Per anni Serena ha continuato a portare i fiori sulla tomba della madre, a chiedersi perché il mondo fosse così ingiusto, puniva gli innocenti e risparmiava i peccatori. Come mai la gioia dell’infanzia di una bambina deve essere abbattuta come un castello di sabbia in riva al mare, cancellato dall’arrivo di un’onda? Sua mamma era un angelo. Quando era piccola le raccontava tantissime storie e insieme ne creavano di nuove. Con suo padre erano molto uniti e, quando Serena aveva iniziato a stare con Jack, aveva pensato a loro con la stessa sensazione che provava nel vedere i suoi genitori. D’estate erano soliti fare vacanze in campeggio, mentre durante l’anno piccole gite fuori porta, ma sempre nei limiti del possibile, date le loro scarse disponibilità economiche.
Con tutti quei pensieri che l’annebbiavano la mente, Serena si chiese ancora per quanto sarebbe sopravvissuta. Ormai si era rassegnata all’idea di morire. Era leggermente peggiorata dall’ultima tac e non mangiava più con regolarità e dormiva a furia di tisane e camomille.
Fisicamente era quindi molto debole e poi, cosa peggiore, il suo umore non aveva più uno spiraglio di luce, uno spicchio di sole per prendere colore, quella che prima era gioia immensa ora era tristezza assoluta.
Non seppe più nulla di Jack, né se era partito, cosa molto probabile, né come si trovasse nella nuova scuola, dal giorno sulla terrazza, non si erano più visti. Lei ogni notte piangeva per lui, per se stessa, per loro e ogni notte si pentiva amaramente per la scelta immediata e razionale che aveva preso. Se l’amore è qualcosa di sconvolgente e irrazionale, come poteva certo lei cercare e dare delle risposte pensate con la testa? In quel momento, lì davanti a lui, avrebbe dovuto riflettere con il cuore e non con la mente. Ora però non poteva più tornare indietro.
«Sere, cosa vuoi fare oggi? Dai, almeno il giorno del tuo compleanno cerca di pensare ad altro. Che senso ha stare a tormentarsi? Jack non tornerà, o almeno non ora. Lo so, eravate perfetti insieme, lo devo ammettere e mi riempie di profonda tristezza sapervi separati, ma sai quanti altri bei ragazzi ci sono qui in ospedali e quanti ce ne saranno là fuori.»
«Io non tornerò là fuori. Morirò come è morta mia madre 10 anni fa e nessuna cura sarà servita a salvarmi. Avrò solo sprecato gli ultimi giorni della mia vita. Spero almeno che la mia sepoltura sia degna del mio nome.»
«Sere, ma che stai dicendo. Cioè, ma ti senti? Qui dobbiamo provvedere subito. Mi devo assentare un secondino per una commissione ma appena torno ne parliamo.»
Lucia così abbandonò la stanza. Serena aveva scoperto che lei aveva avuto un tumore allo stomaco, ma che era guarita. Si trovava ancora in ospedale per gli ultimi controlli. Presto anche lei se ne sarebbe andata e a quel punto sarebbe rimasta veramente sola.
Serena allungò leggermente il braccio sporgendosi dal letto e afferrò la sua fotografia appoggiata sul comodino. Erano proprio belli i suoi capelli, una delle cose che le mancavano di più dai tempi di persona sana. Quanto avrebbero impiegato a diventare così lunghi? Di sicuro anni.
Con quel pensiero triste, Serena si mise a suonare la sua chitarra e a pizzicare le corde per la canzone più semplice da suonare, la canzone del Sole. Anche se era estremamente facile, a Serena piaceva suonarla nei tempi bui per ritrovare la sua serenità.
Proprio prima delle ultime note, il suo cellulare squillò. Era un numero sconosciuto, proveniente dall’estero. Un tuffo al cuore le disse che si trattava di Jack. Poi un istante dopo pensò. Ok, era lui ma che si sarebbero potuti dire? Proprio nulla. Così Serena lasciò che il suono del cellulare sib perdesse via tra gli atomi sospesi dell’aria.
In questo momento tutti abbiamo una canzone che ci tormenta dalla mattina alla sera.
Io ne nomino un paio e spiego come mai mi piacciono così tanto.
La prima è Physical di Dua Lipa. Be’ che dire, è proprio un capolavoro musicalmente parlando. Mette allegria e interpretarla ti fa sentire davvero figa, come la cantante in questione. Ammiro molto Dua Lipa perché in poco tempo ha conquistato l’intero pianeta, la sua voce è penetrata in ogni angolo di ognuno di noi.
La seconda canzone è ovviamente Karaoke di Boombadash e Alessandra Amoroso. Non posso non dire che l’ho imparata subito, è bastata sentirla un paio di volte e già la canticchiavo. La ascolto tremila volte al giorno e non mi stanca mai. È proprio un tormentone!
E voi, cosa ascoltate, condividetelo qui sul blog!
Nel pomeriggio come stabilito andarono a vedere il museo Egizio. I ragazzi erano sbalorditi da quante persone conoscesse Adan e tutti lo trattavano con devoto rispetto come se fosse una persona importante.
«Simone, non credi che il nostro Adan sia qualcuno di famoso. Hai visto come lo trattano bene?»
«Mi scusi Adan, ma noi ragazzi ci stavamo chiedendo chi è lei. Siamo convinti che sia una persona importante per attirare tutti questi sguardi»
«Va bene ragazzi, certo che qui non si possono tenere segreti»
«Mio padre era un archeologo molto famoso, specializzato ovviamente in arte egizia. Pensate che quando era più giovane e bello l’hanno mandato persino in televisione»
«Ma poi ha smesso quando è morta la mamma e si è ritirato a lavorare nei campi»
«Non è proprio così. Il fatto è che ogni era ha una fine e io non sono eternamente giovane. Per certi lavori ci vuole lo spirito di sopravvivenza e io non ce l’ho più, mi sto facendo vecchio figli miei»
«E come mai lo tiene nascosto?»
«Non è che lo nascondo ma preferisco non ricordarlo. Non è finita molto bene, sapete. Erano anni che stavo lavorando sullo studio di e stavo per giungere ad una scoperta, che diciamo sì, mi avrebbe fatto guadagnare molto. Ma non ho potuto più continuare perché qualcuno è arrivato prima di me e ha trionfato al ponto mio. Vedete, all’epoca lavoravo con un certo studioso, archeologo anche lui. Siamo sempre stati amici, io non è che lo vedessi tanto bene ma ci convivevo, preferivo molto di più la compagnia di Steve. Alla fine si è rivelato per quello che era veramente. E niente, a me non importa, non mi interessa la fama. Alcuni dei miei conoscenti più stretti sapevano che stavo lavorando da molto a quel progetto e non hanno esitato a credere che il risultato era stato scoperto da me ed è per questo che mi onorano così tanto quando mi vedono. Io sono cresciuto a Giza e bene o male mi conoscono tutti da sempre»
«Che storia» disse Anna.
«Papà è un mito» disse il piccolo.
«Non si deve sottovalutare signor Adan. Deve essere fiero di quello che ha fatto e di quello che può raccontare ai suoi due figli» aggiunse Emma.
«E noi siamo felici di averlo come papà, vero fratellino?»
«Vero» concluse lui. I tre si strinsero in un abbraccio che sprigionava un sentimento di affetto indissolubile. Poi, quando quel trio si sciolse parlò Adan: “Allora, torniamo da Steve. Per voi va bene se ci fermiamo da lui stasera? Sono una famiglia molto ospitale.”
“Per me va bene” disse Simone. “Per voi?” chiese rivolgendosi agli altri tre. I ragazzi acconsentirono e così ritornarono tutti alle piramidi.
« Che bello siete tornati. Questo significa che avete accettato il mio invito?»
« Sì Steve, ma dì a tua moglie di non sforzarsi troppo, non vogliamo creare disturbo.»
« Disturbo? Ma che disturbo. Sai che non disturbi mai. E poi devo finire di raccontarvi quello che so sull’Isola. Mentre eravate via mi sono tornate in mente altre cose. Io ho quasi finito il turno. Altri cinque minuti e sono libero. Voi se volete iniziate ad avviarvi. Io vi raggiungo tra poco. Casa mia è a pochi minuti da qui. È appena si esce dal sito archeologico.»
« Ok, allora noi ci avviamo »
Brava figlia mia…
«Chi parla?”» chiese improvvisamente Emma.
«Tutto bene?” le chiese Anna.
«Qualcuno mi ha chiamato»
«Ora?»
«Sì, la voce era proprio dietro di me»
«Magari era solo nella tua testa»
Brava figlia mia. In effetti doveva essere la voce di sua madre che le si era formulata nella sua mente «Hai ragione. Sono solo un po’ stanca e questo mi porta ad avere allucinazioni»
Emma pensava e ripensava a quella voce. Sua madre le aveva parlato. Ne era sicura. Sentiva che era lì in quel momento, dentro i suoi pensieri. Lei la ascoltava, la seguiva e le dava coraggio nei momenti di buio. Non era importante vederla con i suoi occhi per sapere che era dentro di lei a proteggerla. La sera stava calando e le prime stelle stavano spuntando in cielo. Emma rivolse uno sguardo nella direzione delle Pleiadi. Sua mamma la vedeva anche ad anni luce di distanza.
Calò il buio. Il gruppo appena formato si trovava in casa di Steve. La moglie si era mostrata molto accogliente. I due erano soli. Tristemente avevano confessato di non poter avere figli e che non si erano mai sentiti di adottarne molto uno. Adan insisteva nel dire loro che non è mai tardi per un bambino.
La cena fu gradita da tutti. Emma era appoggiata alla finestra. Osservava quell’ammasso di stelle disseminato in cielo. Pensò che in fondo anche le stelle avevano una vita. Nascevano e morivano come noi essere umani. Vivevano solo di più ed erano immensamente più grandi. Pian piano la loro energia terminava, e alla fine collassavano in un’esplosione e si formavano le supernove. Ad un certo punto alla ragazza venne in mente un’idea. “Ragazzi, vi va di andare a vedere le stelle? Non capita tutti i giorni di vederle così distinte. Magari qui sì, ma da noi no”
«Io ci sto, e poi sarai espertissima visto che tuo padre lavora in questo campo»
«Davvero?» chiese Anna.
«Sì, diciamo che ne so qualcosa. A casa ho un telescopio che mi è stato regalato per il quinto compleanno e sono appassionatissima di astrofisica. Ho tutti i libri di Margherita Hack e Stephen Hawking»
«Per me va bene, che ne dici mogliettina, andiamo?»
«Ve bene» concordò la moglie di Steve.
Emma indicò tutte le costellazioni che riusciva ad individuare e poi si soffermò sulle Pleiadi. Con un po’ di amarezza in bocca raccontò il mito delle Sette Sorelle, che anche Jamira e suo padre conoscevano. Disse che Orione era riuscito a catturare anche sua madre, Taygete e la madre di Jamira, Maia, oltre alla povera Merope. Tutte e sette in cielo erano al sicuro e nessuno le avrebbe più ostacolate.
«Inizia a fare un po’ freddo. Noi ci ritiriamo. Ricordatevi che qui in Egitto le notti sono molto fredde»
«Ok, io resto qui un altro po’» disse Emma, mentre tutti poco a poco rientravano. Tutti tranne Simone.
«In confronto a quelle stelle noi siamo solo un puntino» concluse Emma.
«Sì, da qui i giganti siamo noi, dipende tutto dalla prospettiva e dalla distanza. Ciò che può sembrare impossibile se osservato dalla giusta posizione è possibile»
«È vero»
«Come un po’ le storie d’amore»
«A che ti riferisci?»
«Intendo. Se guardi due persone da lontano, poi vederle combaciare come le stelle di una costellazione. Ma se sei quella stella non riesci a vedere perfettamente la tua gemella» Emma rimase in silenzio e guardava il cielo.
Poi parlò
«Ogni notte la cerco. Lì in cielo. Le devo dare un saluto prima di addormentarmi per impedire che possa fare incubi. Sento che una parte di me se ne sia andata con la sua morte e che sia diventata matura prima del previsto. Un evento del genere ti traumatizza e ti cambia. Anche per quel che riguarda i sentimenti. Io ho smesso di amare, senza di lei nulla ha più un senso. Nemmeno questo ha un senso. Eppure lo sto facendo. Io non sono più padrona di me stessa. Mi sto facendo condurre da una forza che non conosco e per di più, cosa che non mi perdonerò mai, ho abbandonato mio padre»
Simone prese delicatamente Emma tenendola per il viso e le parlò guardandola dritto negli occhi: “Tu non hai sbagliato niente e non hai abbandonato tuo padre. E poi lo vuoi capire che noi torneremo. Troveremo l’isola e lo grideremo al mondo intero. Io e te. E non importa quando durerà il viaggio, l’importante è arrivare. Ti devi fidare di me perché io di te mi fido. E non puoi dire che non provi più sentimenti perché io ho sentito che il tuo cuore batte ancora.”
“Eh allora, a cosa serve? La mia vita non ha un senso. Giorno dopo giorno brucia un pezzo del mio futuro.”
«Non è così. E tua madre sarebbe d’accordo con me. Lei non c’è più e vero e le cose non possono cambiare, ma tu sì, tu puoi fare grandi cose. Sei una persona piena di risorse e interessi, il tuo futuro si costruirà da sé, fidati di me»
Emma, ascoltami, io te lo dico perché non ha senso tenermi tutto. Tu sei la cosa più bella che mi sia capitata. Con te sento di poter fare tutto e forse se non ti avessi conosciuto non sarei mai partito. Sei tu la mia stella Emma.»
Emma non si aspettava queste parole da parte di Simone. Che doveva fare? In qualche modo le aveva detto che gli piaceva. E a lei? Piaceva Simone? Ma che domande si faceva? Dal primo momento le era piaciuto e negli ultimi giorni era stato lui a infonderle coraggio e a darle fiducia. Quello era il momento perfetto. Emma chiuse a chiave la sua mente e lasciò aperta solo la chiave del suo cuore. Si fece condurre sulla strada dell’istinto. I due volti pian piano si avvicinarono e dopo pochi istante erano a contatto. Quel bacio rappresentava l’inizio di un lungo cammino, la combinazione perfetta. Sotto quella nube di stelle un nuovo amore veniva sprigionato e i cuori Emma e Simone battevano a ritmo alternato. Ogni battito lasciava lo spazio per quello successivo dell’altro cuore e insieme sotto il cielo boreale crearono una perfetta sintonia.
Quella notte Emma non chiuse occhio. Aveva stampata davanti l’immagine sua e di Simone sotto le stelle. E quel bacio, come aveva potuto farsi trasportare così tanto dalle emozioni? Emma, dovevi stare attenta. Doveva essere più razionale. Ma oramai era successo e questo avrebbe rovinato la vita di una persona. Simone non si meritava una ragazza come lei, ancora non pronta ad amare di nuovo. Quando sua madre è morta è come se Emma le avesse affidato un pacchetto regalo con il suo amore e la sua capacità di amare e Camilla lo custodisse ancora in cielo con sé. Nell’Orlando Furioso Astolfo recuperava il senno di Orlando sulla Luna. Qualcuno avrebbe dovuto recuperarle l’amore, ma Emma era terrorizzata dal quel sentimento. Era la sua paura più grande. Quella che sembra amica e che ti spaventa nel cuore della notte quando meno te lo aspetti. Come si può amare se due anni prima la vita ti ha segnato profondamente con la più terribile delle sofferenze. Lei è cresciuta troppo in fretta e anche se può sembrare un bene è solo il peggiore dei mari. Emma amava viaggiare, curiosare, studiare per garantirsi un futuro nell’ambito che lei desiderava. Ma tutta questa sua voglia di vivere e di sfidare tutto e tutti era solo apparenza. Dentro di sé la giovane era ancora molto fragile e si voleva convincere del fatto che se avesse sempre fatto tante cose, avrebbe avuto poco tempo per pensare e di conseguenza per soffrire.
Poi chiuse gli occhi ed ecco che ritornò…
«Emma, tesoro vieni qui» la madre chiamava la bambina per accoglierla tra le sue braccia. Una spiaggia deserta del primo mattino. Ancora il cielo sembrava la tavolozza di un pittore il sole non si era allontanato completamente dall’orizzonte.
«Tesoro, sei la mia bambina e io non ti lascerò mai. È una promessa Emma, ma questo non significa che potrai amarmi e che ci potremo amare sempre con gli occhi. Ti svelo un segreto. Sai qual è la dimensione spazio-temporale che unisce di più due persone? L’amore. E il nostro amore è così grande che niente ci potrà mai separare. Anche se non ci sono più per i tuoi occhi, il nostri cuori ci uniranno ancora e ancora. Non temere bambina mia. »
Emma avrebbe voluto abbracciare nuovamente sua madre, ma quando ci provò, non sentì nulla. Stava abbracciando aria vuota e vide sua madre sbiadirsi piano piano fino a scomparire del tutto. La bambina era rimasta lí, su quella spiaggia da sola e avrebbe solo voluto tornare a casa. E invece continuò a farsi cullare dal rumore delle onde sulla sabbia bagnata.
«Certo, anche se non sabbiamo bene come sia. È un’isola magica dove può accadere di tutto» rispose Simone.
«Ma c’è il tesoro?»
«Il tesoro? Ma certo che c’è. È nascosto dentro una grotta molto in profondità. È quasi impossibile trovarlo»
«Io voglio trovarlo. Posso?»
«Sì, anche a me piacerebbe venire!» Disse Jamira.
«Ma bambini miei e lascereste vostro padre qui, che più solo non può stare?»
«Vieni anche tu» disse il bambino con il cuore sincero.
«Ma no tesoro, sono cose da ragazzi. Ragazzi grandi però. In realtà penso che anche per loro non sia stata una scelta facile»
«Ha ragione tuo padre. Non è che abbiamo fatto questa scelta così, su due piedi. Pensa che all’inizio non volevo nemmeno che venisse lei» disse indicando Emma»
«E perché? Perché è una femmina? »
«No perché mi preoccupo per lei»
«Perché la ami!» tutti scoppiarono in una calorosa risata, tranne Emma che arrossì.
«La nostra Emma ha insistito per preparare un dolce. Come hai detto che si chiama?»
«Tiramisù»
«Esatto, è un dolce tipico italiano. È semplice e tira su il morale»
«Allora serviamoci, per me porzione doppia grazie»
La serata proseguì così serena come era iniziata e poi quando tutti erano talmente stanchi da non riuscire più a tenere gli occhi aperti, si recarono nelle loro stanze pronti per la notte.
Al risveglio Emma inizialmente non capì dove si trovava, poi tutto prese forma nella sua testa e sorrise. Controllò il cellulare appoggiato sul suo comodino. Suo padre non l’aveva più chiamata. Era possibile che si fosse già rassegnato, oppure aveva scoperto la verità e stava venendo a prenderla. No, non era possibile nessuna delle due ipotesi. Emma lanciò sulle coperte il suo cellulare e si vestì. Non aveva nemmeno disfatto la valigia perché Simone le aveva detto che si sarebbero fermati solo un paio di giorni per raccogliere informazioni e pianificare il viaggio. Ad Emma dispiaceva dover andarsene soprattutto per Jamira. La storia di sua madre e delle Sette Sorelle l’aveva particolarmente colpita. Più volte la scorsa sera prima di addormentarsi le si era stampata in faccia l’immagine di sua madre che pian piano si sbiadiva. Emma stava costruendo una torre di pensieri quando qualcuno che bussò alla porta la fece crollare.
« Posso?» Era Simone.
«Sì, certo vieni pure»
«Di sotto stiamo facendo colazione, tu non vieni?»
«Sì ora vengo. È solo che…»
«Che sei immersa nei tuoi pensieri. È normale. Stanno succedendo tante cose tutte insieme e poi il signore mi ha raccontato la storia di sua moglie. Sai che le ha dato il nome di Maia, una delle sette sorelle»
«Sì lo so, me lo ha detto Jamira. Comunque la tua capacità nel leggermi nel pensiero è fenomenale»
«L’ho sempre saputo di essere un mago” i due si misero a ridere»
«In ogni caso, tu come stai? Intendo per tuo padre»
«Non ti nascondo che controllo in continuazione il cellulare e non mi sta più mandando messaggi. Ho paura che si sia rassegnato all’idea di avermi perso. Chissà cosa penserà di me. Una figlia così screditata da lasciare il padre da solo senza nemmeno dargli un ultimo abbraccio»
«Non dire così Emma. Fidati che quando torneremo lui comprenderà la tua decisione. E poi ho visto che hai portato la tua macchina fotografica. Immagina quante foto potrai fare da qui ai prossimi tre mesi»
«Quello è vero. Mi piace molto la fotografia. È bello poter catturare l’attimo e rinchiuderlo in una foto. Lì il tempo non ha età, si ferma e tu puoi sempre ritornare su quel ricordo che costituisce una tassello del mosaico della tua vita»
«Che frase poetica»
«A volte mi sento così sola»
«Tu non sei sola. Hai Christian, Anna. Hai me»
«Ho te»
Ed Emma spinta dal sentimento abbracciò Simone che era seduto di fronte a lei sul suo letto. disse Simone.
«Sbaglio o ti sta battendo il cuore Emma»
«È per il forte caldo. Mi succede spesso sai» e la ragazza, nascosta dallo sguardo di lui, sorrise.
«Buongiorno Emmy» disse Jamira.
«Dormito bene?» chiese Adan.
«Sì, grazie»
«Oggi, se non avete impegni visto che è domenica e ho meno lavoro da svolgere nei campi, che ne dite se vi porto a fare un tour di Giza. Potremmo andare a vedere le piramidi, la Sfinge e anche un museo egizio se vi va»
«Grazie Adan, ma non credo che verremo, anzi io vorrei partire proprio questa sera. Ho trovato un pullman che porta fino in Sudan e parte stasera alle 22.00.»
«Così presto? Non potete fermarvi qualche altro giorno? Lo sai che è un crimine non visitare la città»
«Questo non lo sapevo. Devo vedere»
«Dai Simone, ti prego. Ha ragione Adan passiamo di qua e non visitiamo nulla. È crudele!!!»
«D’accordo. Resteremo un altro paio di giorni. Il prossimo pullman parte martedì. Perciò abbiamo il tempo per visitare la città tre volte»
«Grazie» Emma fece l’occhiolino a Simone.
«Allora…vi ho preparato il pranzo, sono hawawshi, tipici panini egiziani. Sono leggermente piccanti, ma spero non sia un problema. Allora, tra un’ora ci ritroviamo qui per partire».”
«D’accordo»
Quando tutti furono pronti partirono per la gita. Quando i ragazzi uscirono dalla casa si sentirono assalire da una forte vampata di calore. Dovevano abituarsi a quelle temperature perché il clima non sarebbe cambiato per un po’. Decisero di vedere prima le piramidi con la sfinge e poi nel pomeriggio sarebbero andati a visitare il museo egizio.
Emma e gli altri rimasero senza fiato alla vista delle piramidi. Quegli occhi, puntati su quell’immense figure geometriche, rimasero sbarrati per alcuni istanti. Era come se niente potesse distruggerle, nemmeno una forza molto violenta.
«Ragazzi, tutto bene? è normale. Rimangono tutti di stucco quando li porto a vedere le piramidi»
«Adan, sono magnifiche» disse Emma.
«Voi ci venite spesso qui? chiese Simone.
«Erano un paio d’anni che non le vedevo, ma prima per guadagnare qualche soldino in più, facevo da guida alle piramidi. Quindi sì, diciamo che le conosco molto bene e sono esperto di arte egizia. Se volete ci possiamo avvicinare. Anzi, se non siete claustrofobici vi ci faccio entrare. Se c’è un mio vecchio amico all’ingresso ci potrebbe far entrare gratis.»
«Sarebbe magnifico signor Adan» disse Emma.
«Allora andiamo. Bisogna indossare le giuste precauzioni e un casco soprattutto. Gli spazi sono molto stretti e bui. Entriamo in quella di Cheope. La piramide è stata edificata 4500 anni fa e pensate che l’architetto francese ha scoperto l’esistenza di due anticamere che sarebbero collegate alla stanza funeraria del faraone Cheope.»
«E hanno trovato il suo sarcofago?» chiese Christian curioso.
«No mi spiace. La maggior parte delle ricostruzioni sono state fatte virtualmente. Gli schiavi, al termine della deposizione del faraone mummificato, hanno sigillato tutti gli accessi. Però diversi anni fa è stato proposto un progetto finalizzato allo studio della piramide, chiamato Operation ScanPyramids. Gli studiosi usano la termografia a infrarossi, radiografia a muoni, ricostruzioni 3D. Gli esperti sono ancora al lavoro e sperano di fare nuove scoperte. Pensate che i blocchi di pietra sono milioni e si possono individuare diverse combinazioni geometriche».
Nel frattempo il gruppo si era avvicinato alla piramide. Ad un certo punto si sentì una voce chiamare Adan.
«Steve. Amico caro. Da quanto tempo non ci si vede!»
«Ciao Adan. Come stai? Come mai da queste parti?»
«Porto turisti a visitare la piramide. Spero ci farai entrare gratis. Anzi, più che turisti sono esploratori»
«Davvero, e cosa cercate?»
«Un’isola misteriosa. So che sembra assurda come idea, ma noi ci crediamo»
«Ah, bello. Folle però. Quattro ragazzi alla ricerca di un’isola. E dove si troverebbe?»
«In un punto indefinito tra l’Australia e l’Indonesia. Si chiama isola di Smeraldo.»
«L’isola di Cook”»
«La conosce?»
«Sono sempre stato appassionato di esplorazioni e ho letto molto anche di Cook. Mi sembra che in uno dei suoi scritti parli di quest’isola vicino l’Australia, che al tempo non si credeva esistesse nemmeno e fosse solo una sua assurda fantasia. Diceva che su quell’isola si nascondeva qualcosa di sorprendente. Specie rare se non conosciute, sia vegetali che animali. Se non sbaglio la chiamava l’isola guaritrice.»
«Ma allora lui deve esserci arrivato. Insomma per sostenere tutte queste cose deve essere per forza di cose attraccato sull’isola»
«Anch’io lo credo. Ma non ci sono prove certe. Il fatto è che i suoi scritti sull’isola sono stati trovati nella sua nave, o meglio nel relitto della sua nave. Il suo ultimo viaggio si è concluso con la sua morte. Io vi avverto, lì dove volete andare voi, le acque sono nemiche»
«Grazie Steve, si chiama così giusto?»
«Sì, ma dammi del tu sennò mi fai sentire vecchio»
«Va bene Steve» rispose Simone.
«Adesso iniziate a mettervi le imbracature. Prima vi faccio entrare e poi se dopo volete vi posso dire altre cose che so. Anzi, se stasera ripassate di qui, vi porto un attimo a casa mia, sarei felice anche di ospitarvi per cena, mia moglie è una cuoca fantastica e il vecchio Adan ne sa qualcosa. Così se lo trovo vi posso prestare il libro di Cook dove ho trovato le informazioni sull’Isola di Smeraldo. L’ho letto molto tempo fa e magari qualche dettaglio utile mi sfugge»
«Lei è molto gentile» disse Emma.
«Tu, tu per favore» «Va bene, se siete pronti entriamo. Adan vi ha avvertiti? Gli spazi sono molto stretti e se non state attenti potete farvi male.»
«Sì sì, li ho appena raccomandati»
«Ok, allora non perdiamo tempo. Questa sarà un’esperienza che difficilmente dimenticherete. Vi dò un consiglio. Lasciate spazio alla vostra immaginazione, pensate di trovarvi qui a Giza 4500 anni fa, quando gli schiavi lavoravano alla costruzione della piramide e ogni giorno facevano avanti e indietro per questi corridoi lunghi e stretti senza protezioni e senza ricompensa».
Dopo che Steve finì il suo discorso i quattro ragazzi, i due bambini e Adan si diressero all’ingresso.
Emma entrò nella piramide. Fece un passo, un altro e al terzo dovette accendere la torcia che gli era stata consegnata perché non vedeva già più niente. Poi arrivarono in un corridoio ancora più stretto. Emma già faticava a respirare. Si sentiva soffocata. Da quanto le risultava non avrebbe dovuto essere claustrofobica, ma di certo preferiva l’aria aperta e luminosa. Il corridoio era molto inclinato, così in fila indiana, uno alla volta, iniziarono a salire sorreggendosi alla ringhiera. Dopo diversi scalini arrivarono in un’atra piccola sala.
«Ragazzi, questa è la parte più faticosa»
Ancora buio, Emma non vedeva l’ora di uscire. Le piaceva, ma l’aria che si respirava era soffocante per lei. Vi erano blocchi enormi di pietra disposti in maniera inclinata. Infine arrivarono nel tunnel che conduceva alla stanza del faraone. Era ancora più stretto, ancora più buio. Simone si era accorto che lei aveva paura e non stava molto bene. Così l’afferrò delicatamente per un braccio e le sussurrò: “Vieni, ti conduco io. Con me non devi avere paura. Mai.” Così Emma si fidò. E poco pochi secondi arrivarono. La sensazione di trovarsi nella stanza funeraria di un faraone era stranissima. Emma si sentiva salvata da una scalinata agli inferi. Simone preso da una forza adrenalinica e avventurosa mai sentita prima. Christian curioso di scoprire se avrebbero visto la mummia o se sarebbe stata lei a presentarsi. E Anna che si stringeva a Christian per la paura e lui che la guardava soddisfatto.
«Eccoci qua, siamo arrivati » disse Steve «È tutto in granito. Anche questo sarcofago, che dentro racchiude grandi misteri. Pensate che oggi non saremmo in grado di rifarlo uguale. Per realizzare questa costruzione gli egizi avevano a disposizione tanta pietra e poco legno, solo quello ricavato dalle palme, dalla scarsa resistenza e di bassa qualità. Non potevano usufruire né della ruota né del ferro, che ancora non erano stati scoperti. Usavano solo mazzette, scalpelli di rame e corde. L’orientamento delle piramidi è stato studiato osservando le stelle. Una delle operazioni più complesse e delicate fu il tracciamento a terra. Il perimetro delle tre piramidi doveva essere tracciato perfettamente per ottenere tre obiettivi: un quadrato regolare, quattro angoli perfettamente complanari e il terzo è l’allineamento con il nord geografico. La tradizione vuole che le costruzioni iniziarono solo dopo che il faraone piantò il primo picchetto per l’orientamento preciso della piramide. Vi chiederete come abbiano fatto gli egizi a orientare le quattro facce della piramide verso i quattro punti cardinali. Gli egizi, fin dai tempi più antichi hanno osservato le stelle, il sole. Una volta determinato con precisione l’est venivano fissati gli altri punti cardinali. Vi è una teoria che sostiene che le piramidi siano correlate con la cintura di Orione e se questa, formulata negli anni ’90 fosse vera, allora verrebbe confermata la datazione nel 2500 a.C. ma è stata ipotizzata anche una seconda data, molto contestata, che ricondurrebbe l’edificazione all’XI o al XII secolo a.C. la visita è terminata ragazzi. Vi vedo un po’ scossi. Spero di non avervi annoiati, ma quando io parlo non mi fermo più. Probabilmente mi farò mummificare alla mia morte»
«No, non ci annoia» disse Steve Simone. «Credo soltaynto che questa sia una storia sconvolgente, magari riusciamo a digerirla fuori di qui. Inizio ad avere un po’ caldo»
«Hai ragione. Ora si scende. Mi raccomando. Fate attenzione. La discesa è sempre la più facile ma la più pericolosa. Così piano piano, sempre in fila indiana, tutti tornarono sui loro passi. Quando Emma rivide di nuovo la luce si sentì libera e fortunata di avere tutti i giorni quel privilegio»
Il giorno della dimissione di Jack dall’ospedale arrivò. In quei due mesi lui e Sere non si erano lasciati un istante. Erano sempre stati insieme e si erano dati forza a vicenda.
Intanto Serena migliorava. Aveva già fatto due chemio che la distruggevano fisicamente, ma i medici le avevano assicurato che c’erano ottime probabilità di vincere il tumore. Questo la rassicurava, ma non bastavano certo le parole rassicuranti dei medici per far svanire tutte le sue paure. Proprio per questo Jack era sempre lì ad offrirgli una spalla. In realtà, più che la spalla, le offriva le sue labbra e lei ricambiava convinta. La loro storia non arrestava mai la sua crescita. Ormai i loro cuori si erano fusi in uno, le loro frasi si completavano e i loro pensieri combaciavano alla perfezione come due tessere mancanti di un puzzle.
Sarebbe stato tutto perfetto se solo le cose non fossero venute a peggiorare improvvisamente.
Qualche giorno dopo la sue dimissioni, Jack si presentò in ospedale con un’aria cupa. Serena, appena lo vide, capì subito che c’era qualcosa che non andava. Perciò lo incalzò e andò dritta al punto.
«Jack, cosa è successo?»
«Ti spiego tutto, ma non qui» disse il ragazzo.
«Andiamo lì?»
«È proprio quello che pensavo» così, senza essersi detti nulla, si erano capiti perfettamente.
Arrivati sulla terrazza dell’ospedale, dopo un paio di minuti, Jack confessò.
«Ascoltami Sere, se potessi eviterei tutto ciò. I miei genitori, durante la mia assenza, hanno provveduto a trovarmi un’università per l’anno prossimo. Sono stati gentili ad occuparsene, ma si trova all’estero. Mi hanno trovato posto a Oxford e ho vinto la borsa di studio. Le mie medie erano alte fino alla quarta e anche se ho saltato la quinta e perso due anni in ospedale, proprio per la mia malattia mi hanno voluto dare una possibilità. Ora il fatto è che devo partire tra qualche giorno. Il primo semestre inizia la prossima settimana e anzi sono già in ritardo di un paio di mesi. Mi dispiace, tesoro, prima del tuo incontro, prima ancor di tutto questo, avevo ripetuto più volte il mio desiderio di essere preso a Oxford. Ma ora come faccio con te qui? Io ti amo Sere, dal primo attimo che ti ho vista. Da quando mi sei venuta addosso. Io non voglio partire, ma non ho scelta»
Jack non aveva preso fiato per tutto il discorso e ogni tanto sfuggiva dallo sguardo di lei. Serena, dal canto suo, rimase paralizzata e non si perse nemmeno un piccolo dettaglio della sua narrazione.
Quando finì, si sentì autorizzata a rispondere: «Jack, credo che dovresti partire. Anzi devi, punto. Io sono una storia passeggera, Oxford il tuo futuro» queste parole suonarono false alle stesse orecchie di Serena.
«Ma l’amore, il mio amore per te e credo anche il tuo per me, è più grande e importante di qualsiasi altra cosa.»
«È vero, ma non è destinato a durare per sempre.»
«Che intendi dire?»
«Voglio dire, prima o poi la nostra storia finirà ed entrambi andremo oltre, conosceremo altre persone, ci sposeremo e metteremo su una famiglia.»
«Ma che stai dicendo?»
«Io non vedo la cosa così complessa. Accetta e basta, io vengo dopo.»
«Ma non è vero. Tu vieni prima di tutto.»
«Be’ allora ascoltami, parti quando devi e affronta il tuofuturo. Non è che a tutti viene offerta una borsa di studio.»
«Ok! Sere, ti prego dimmi che mi sbaglio»Jack guardò Serena dritto negli occhi e lei dovette subito impostare una faccia falsa e mentire.
«Mi stai lasciando, vero?»
«È l’unica soluzione che trovo in questo momento. le relazioni a distanza non durano e io sono chiusa qui dentro chissà fino a quando.»
«Quindi oggi è il nostro ultimo giorno?»
Serena, in lacrime ormai da tempo, fece cenno di sì.
A quel punto Jack si fiondò sulle scale, scese i tre piani dell’ospedale e corse via. Serena rimase lì, pietrificata con le gocce di pianto che ricadevano su di lei a cascata.
Ma se l’amore rende felici, perché il più delle volte fa soffrire?
Lucciole nel ciel di notte,Anime che illuminano il buio,Lanterne di speranza,Costellazioni,Questa scia luminosa si dirama in mille direzioni.Speranza e nuova vita,Ecco cosa ci portano.Barlumi di ricchezze,Ori di saggezzeUna lucciola nel bluE io che sogno i tuoi occhi annebbiati nel blu
Dopo il bacio, i giorni trascorsero veloci. Serena, diversamente da quanto aveva immaginato, era felice e innamorata. I due ragazzi avevano capito che in un ospedale i legami che si instaurano tra i pazienti sono così forti che una storia d’amore può iniziare anche subito, come era successo tra di loro.
Serena frequentava con regolarità le sue sedute terapeutiche e aveva già fatto la sua prima chemio. Jack non l’aveva abbandonata nemmeno per un istante e lei aveva provato tutti i mali del mondo e aveva vomitato tre volte, ma la presenza del suo Jack accanto a lei, la rassicurava come una dolce ninna nanna.
Jack invece era in fase di riabilitazione e, come aveva accennato a Serena, entro un paio di mesi sarebbe uscito. Questa notizia sarebbe stata fantastica qualche giorno prima, ma, ora che aveva conosciuto il suo angelo, non poteva che tornare lì ogni giorno, dal primo all’ultimo, finché Serena non fosse guarita del tutto.
«Sere, come stai?» le chiese Jack il giorno della sua operazione al seno.
«Da schifo»
«Essere operati non è poi così terribile. La cosa più buffa è che ti chiedono di contare fino a dieci prima dell’anestesia. Tu, convinto, inizi a contare, ma non superi nemmeno il tre»
«E se andasse male, se torturassero il mio povero seno?»
«Stai tranquilla! Vedrai che andrà tutto bene e poi ci sarò io con te prima e dopo e durante ti penserò. Penserò a noi due, a quello che stiamo diventando, alla nostra storia che prende forma e si sviluppa ogni giorno di più, come se stessimo usando il contagocce» a quel punto Serena, ormai rilassata, stampò un tenero bacio sulle labbra di Jack, lasciandole leggermente umide e lui ricambiò.
Pochi minuti prima di essere portata in sala operatoria, Serena chiamò Jack. Lui la accompagnò fino alla porta e poi dovette a malincuore abbandonarla, seppur per poco, per un momento delicato della sua vita. Avrebbe voluto stare con lei, stringerla forte a sé e incuterle vita e speranza. Ma non potè fare tutto ciò.
La sensazione di Serena una volta risvegliata era tra l’essere inconscia e aver assunto il corpo di un’altra persona e la mente di un extraterrestre. Ciò che provava era assurdo.
Come promesso, Jack era lì che l’aspettava con gli occhi lucidi e stanchi, probabilmente non aveva chiuso occhio. Erano le tre di notte e lui, invece di andare a dormire e riposare, era rimasto sveglio ad aspettarla. Serena, con animo tranquillo, pensò che il suo ragazzo aveva appena guadagnato dieci punti bonus.
«Ehi. Sere, te lo avevo detto che sarebbe andato tutto bene. Ti porto nella tua stanza e per stanotte riposo con te qual’ora ti dovessi svegliare per dolori o dovessi stare male anche emotivamente.»
«Sei un tesoro, sei riuscito a rendere magico anche un ospedale. Non sai quanto lo apprezzi»
«E non sai quanto io ti ami di più ogni ora che passa. Il mio amore scorre secondo il ritmo di una lancetta di orologio e il mio cuore batte l’ora di punta come un orologio a cucù»
«Per me è lo stesso. Non avrei mai creduto che mi sarei innamorata, tantomeno così in fretta»
«Ma noi eravamo già destinati a stare insieme, dovevamo solo trovarci. Strano che a Milano non ci siamo mai visti. Di sicuro non mi sarei mai fatto sfuggire una ragazza come te»
«Ti amo, può sembrare eccessivo, ma io, Jack, credo proprio di amarti davvero»
«Ehi» e nel dirlo avvicinò la sua bocca alle labbra di lei «anch’io ti amo. Ti amo immensamente Sere.» sussurrò lui all’orecchio di lei, sfiorando con il fiato le ciglia lunghe che ricadevano su i suoi occhi azzurri. Lui affondò il suo viso e i loro occhi si fusero in un unico sguardo dove il nocciola degli occhi di lui navigava nel dolce blu del mare di lei. Si baciarono con una passione delicata, quasi come se fosse l’ultimo bacio che la nonna dà al nonno poco prima di morire.
La Costa è uno statodell’America centrale che si estende per 51.100 chilometri quadrati con capitale San José.Clima
La Costa Rica è un paese dal clima tropicale che varia molto, soprattutto per il regime di piogge, tra l’area del Pacifico e quella Caraibica.
Lingua
All’ interno del paese, dove si trovano i maggiori centri abitati, il clima varia anche in relazione all’altitudine e, intorno ai 500-600 metri, si presenta temperato durante tutto l’anno con temperature medie tra i 14 °C e i 27°C. Sulle montagne ad oltre 2000 metri le temperature calano notevolmente oscillando tra i 5°C e i 14°C con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte.
La lingua ufficiale è lo spagnolo. Nel Paese si riscontrano due accenti diversi: uno, il più diffuso, può essere definito l’accento costaricano standard; l’altro, detto nicoyano, dalla penisola a nord-ovest del Paese, è molto simile a quello nicaraguense. Una delle principali differenze tra lo spagnolo parlato in Costa Rica rispetto a quello usato in molti altri Stati è rappresentata dal fatto che il fonema /r/ è realizzato come un’apicoalveolare vibrante sonora multipla all’inizio di parola e anche all’interno, ma solo quando è doppio, e quindi suona più simile alla pronuncia inglese o siciliana. Il dialetto locale (e anche la popolazione del Paese) viene spesso definito tico per l’uso eccessivo dei diminutivi.
Tra le eredità linguistica italiana, è molto importante la pronuncia della R e RR, che sono pronunciata così come i siciliani . D’altra parte, esiste in moderna “gergo” Costa Rican una moltitudine di italianismi: acois (dal eco: qui), Birra (dalla birra: la birra), bochinche (lotta, disordine), Capo (qualcuno in circolazione), campana (da esso: campana Jergal: spia, significa guardare), canear (dal “canne: manganello, significa essere in prigione”), “chao” (dal “ciao: arrivederci”), facha (da ” faccia “: ‘il viso, utilizzata quando qualcuno è vestito male’), usato quando qualcuno è poco organizzato) e audio (dal Suonare: suono, mezzi di fallire o colpire), tra molti altri.
La Lingua inglese è abbastanza conosciuta. Un caso particolare è costituito dai discendenti di alcuni immigrati giamaicani nella Provincia di Limón, che, giunti nel Paese nel XIX secolo, portarono un dialetto inglese evolutosi poi nella lingua creola nota come mekatelyu, che si potrebbe definire come una combinazione di inglese giamaicano (patois) con spagnolo costaricano.Migrazione
Apartiredall’ Ottocento nel paese si è avuta una piccola ma costante emigrazione italiana che ha portato attualmente alla presenza di circa 100.000 italo-costaricensi. Va precisato che, oltre agli italiani dotati di passaporto, solo una decina di migliaia di italo-costaricensi parlano un poco la lingua o dialetti italiani mentre tutti gli altri sono di lingua spagnola.
Nella storia della emigrazione italiana verso la Costa Rica si possono distinguere quattro periodi :
1) una emigrazione individuale, dal periodo coloniale fino al 1886
2) un piccolo flusso emigratorio di massa, nel 1887 e 1888 derivante da un accordo tra il governo della Costa Rica e quello italiano che agevolò un flusso migratorio di circa 1500 italiani, provenienti principalmente dalla provincia di Mantova per costruire una ferrovia tra la capitale ed il mare…
3) una emigrazione ridotta e discontinua, tra il 1889 ed il 1950. L’immigrazione italiana, alla fine dell’ Ottocento partecipò attivamente alla costruzione di alcune opere pubbliche tra cui il bellissimo Teatro Nacional, realizzato dall’ ingegnere Cristoforo Molinari nel 1897 sul modello della Scala di Milano, e parte della ferrovia tra l’Atlantico ed il Pacifico. Nel primo decennio del Novecento nella Costa Rica si ebbe una consistente emigrazione dalla Calabria, principalmente dalla cittadina di Morano Calabro.
4) La colonizzazione italiana tra il 1951 ed il 1968. Dopo l’ultima guerra mondiale si ebbe una limitata ripresa dell’emigrazione italiana, in parte anche dalle ex-colonie italiane (come la Libia). La colonizzazione di San Vito de Java, nel distretto del Coto Brus, a partire dal 1952 diretta da Vito Giulio Cesare e Ugo Sansonetti ne fu la conseguenza più notoria ed importante. Inoltre tra il 1962 ed il 1966 fu presidente della Costa Rica Francisco Orlich Bolmarcich, figlio di una dalmata italiana di Cherso.
Emma venne svegliata all’alba dallo squillo del suo cellulare. Ancora confusa, staccò il cellulare dal caricatore sul comodino e guardò di chi fosse il messaggio. Il numero era sconosciuto, ma la ragazza capì che si trattava di Simone, sia per la foto di profilo, sia per ciò che c’era scritto.
«Ti aspetto sotto casa per le 8:00, non tardare.»
Il suo messaggio di risposta fu un semplice “OK”. Emma si vestì velocemente, anche se quella mattina era ancora più indecisa del giorno precedente. Voleva fare colpo su Simone, ma non voleva che si notasse. Così, una volta pronta, scese di sotto. Non trovò suo padre ad attenderla, ma un bigliettino che diceva che era uscito presto perché era stato chiamato per lavoro. Allora Emma ne approfittò per fare una corsa lungo la pista ciclabile. Il sole era alto, ma l’aria era abbastanza fresca. Mentre correva, ad un tratto, si sentì mancare. Faticava a respirare. Non le era mai successo prima d’ora. Si disse che non era nulla di grave e che era dovuto all’eccessivo affaticamento. Così la corsa durò meno del dovuto. Emma rientrò a casa, si fece la doccia e si preparò nuovamente.
Alle otto in punto il campanello suonò. Simone attendeva alla porta. Quando Emma uscì, Simone rimase senza parole, era proprio bella quella mattina. I due decisero di andare in bici, visto che la tenuta era abbastanza distante.
Come il giorno prima, per la strada cercavano di non guardarsi. Quando arrivarono alla tenuta, Simone si meravigliò alla vista di quel posto. Era davvero magnifico. I ragazzi entrarono dalla porta principale e si diressero verso la stanza descritta da Emma. Era una stanza grande, con una libreria molto ricca e pareti piene di foto, cartine e mappe. Sembrava il covo segreto di qualche esploratore. Rientrando nella casa del nonno, ad Emma venne un nodo alla gola. Era la prima volta che ci ritornava dopo la sua morte. Aveva recuperato le chiavi dal cassetto della scrivania di suo padre.
«Qui sicuramente troveremo qualcosa che può servirti.» Disse Emma.
«Non ne dubito, questo posto è magnifico.»
«Pensa, io lo chiamavo la tenuta incantata.»Mentre Emma parlava, Simone notò qualcosa tra vecchi libri. Aveva trovato la stessa mappa di suo nonno. Inoltre c’era un libro intero dedicato all’Isola di Smeraldo e un elenco di cinque consigli da seguire per poter sopravvivere.
«Vieni Emma, guarda cosa ho trovato, credo che tutto questo mi sarà molto utile.»Così i due, dopo aver recuperato altre informazioni, uscirono dalla tenuta. Emma portò Simone in giardino.
Portarsi tutto il necessario e se ce n’è bisogno attraccare periodicamente su un’isola.
Seguire ogni indicazione della mappa.
Controllare le previsioni metereologiche.
Partire con una barca sicura.
Divertirsi perché è un’esperienza unica.
«Io nel mio giardino di casa coltivo delle orchidee. Le ho prese da qui. Dimmi la verità, non le trovi bellissime?» chiese Emma entusiasta.
«Non sono un amante dei fiori, ma devo ammettere che sono proprio belle.»
«Vieni, ti voglio mostrare un’altra cosa…» Emma condusse il ragazzo dall’altra parte del giardino.
«Vieni, ti voglio mostrare un’altra cosa…» Emma condusse il ragazzo dall’altra parte del giardino. «Qui noi piantiamo un albero per ogni persona che muore. È una tradizione di famiglia. Quello del nonno e della mamma sono questi. Li ho messi vicini perché così, quando c’è un po’ di vento, possono ancora toccarsi. È come se le loro anime fossero rinchiuse qui dentro.» Concluse Emma.
Qui noi piantiamo un albero per ogni persona che muore. È una tradizione di famiglia. Quello del nonno e della mamma sono questi. Li ho messi vicini perché così, quando c’è un po’ di vento, possono ancora toccarsi. È come se le loro anime fossero rinchiuse qui dentro.” Concluse Emma.
«Emma, non sapevo che tua madre… Mi spiace tanto, credevo che fosse via per lavoro o qualcosa di simile e per questo non è venuta con noi nel bosco.»
«No, mia madre si è ammalata tre anni fa. I medici non hanno mai capito bene cosa avesse. È morta due estati fa. Domani sono due anni esatti dalla sua morte. Mio padre dice che le assomiglio molto, sia per il carattere, che per tutto il resto. Scusami, vorrei rimanere un momentino sola, se non ti dispiace» chiese Emma.
«Certo» rispose Simone.
Emma rimase per qualche istante paralizzata. I ricordi della madre erano troppo nitidi, la sentiva ancora accanto a sé. Ad un certo punto, si sedette vicino all’albero e stette lì per alcuni minuti. Poi, quando si fu ripresa, ritornò da Simone.
«È ora di andare. Mio padre ci aspetta per pranzo. Ovviamente tu sei invitato.»
«Ma non ti devi disturbare Emma»disse Simone.
«Niente disturbo, ormai tu sei un amico». Così i due ragazzi ritornarono a casa in bici. Pranzarono e poi decisero di esaminare tutto il materiale raccolto alla tenuta. Si sedettero in giardino. L’aria era fresca, e il poco vento che soffiava scompigliava i capelli ad Emma. Dopo aver salutato Simone, Emma si ritirò in camera sua.
La giornata era ormai quasi finita e più si addentrava nella notte più ad Emma veniva il desiderio di partire con lui. Ma quanti pericoli avrebbe corso e soprattutto cosa avrebbe detto a suo padre? Si disse che era meglio non pensarci più. Così accese la lampada sul comodino, aprì un libro, e tra una pagina e l’altra gli occhi iniziarono a chiudersi e la giovane si addormentò.
Il giorno seguente Emma aveva programmato tutta la giornata. Ore 7:30 corsa; ore 8:30 incontro con Simone; ore 16:30 comunicare a Simone la notizia che sarebbe partita con lui. Emma infatti durante la notte aveva più volte ripensato a questa cosa, fin quando non si era convinta che un’avventura del genere capita una sola volta nella vita. Sarebbe stato come in quei romanzi e storie di avventura che leggeva lei. Non poteva sapere il finale, ma solo attenderlo.
La giornata passò velocemente, Emma seguì tutto il piano. L’ora dell’annuncio era arrivata, ma Emma non trovava le parole giuste. Così, mentre Simone era distratto, tutto d’un fiato disse: «Io vengo con te. Aspetta, non dire niente. Tu non hai alcuna responsabilità, la scelta è stata mia. Con mio padre farò lo stesso che farai tu: mentirò. Gli scriverò una lettera, dove gli dico che non deve preoccuparsi e che sto facendo tutto questo per il nonno e per la mamma, oppure gli dirò che vado in vacanza con una mia amica. Insomma, in un modo o nell’altro riuscirò a venire con te. Tu mi vuoi nella tua ciurma?» finì Emma.
«Io, Emma, sai che è pericoloso viaggiare in mare. Io ormai lo faccio da una vita, ma tu. Ti prometto che quando tornerò ti racconterò tutto nei minimi dettagli, ma non posso prendermi questa responsabilità.»
«Io non sono una responsabilità e questo viaggio è importante per te quanto per me. I nonni erano due, i nostri. Magari hanno sempre voluto che partissimo insieme»
«La mia risposta è sempre no»disse Simone.
«Sai che ti dico, buon viaggio, torno a casa» Simone non riuscì nemmeno a richiamare Emma che lei era già sparita.
Quella sera mentre Emma era in camera sua a chattare con le amiche sentì bussare alla porta.
«È permesso?» chiese suo padre.
«Entra pure.»
«Non volevo disturbarti. Prima a tavola non hai detto una parola, sicura che sia tutto a posto? Ho visto che hai passato tutta la giornata fuori. Per caso hai litigato con qualcuno?»
«Si, ma non ha importanza. Prima pensavo alla mamma, mi manca da morire.»
«La mamma manca anche a me» disse il padre. «Senti, ti va di guardare delle foto vecchie, di te, me e la mamma?»
«Sì certo» rispose. I due trascorsero la serata a guardare foto. Alcune li facevano sorridere, altre permettevano loro di concedersi una lacrima. Quando le terminarono erano stanchissimi. Così il padre si addormentò di fianco alla figlia. In quel momento Emma pensò che non poteva partire, che avrebbe solo fatto del mare a suo padre. Allo stesso tempo però non desiderava altro.
Passò la settimana e i due ragazzi non si videro più. Simone provava a mandarle dei messaggi di scusa, ma Emma non rispondeva. Era arrabbiata. Si era immaginata una scena diversa. Pensava che Simone sarebbe stato felice di accoglierla sulla sua barca. Sapeva che lui si preoccupava per lei, ma era abbastanza responsabile e grande per riuscire a cavarsela. Al quinto giorno che non si vedevano, Emma decise di andare alla tenuta e piantare dei fiori vicino all’albero di sua madre. Per la strada però incontrò Christian. Credeva fosse già partito, ma si disse che probabilmente aveva posticipato la partenza.
«Ciao Emma»
«Ciao Christian, non sei ancora partito?»
«No, in realtà stavo passando da casa tua per salutarti. Parto domani»
«Capisco, vedi io sto andando alla tenuta del nonno. Ti va di venire con me?»
«Certo, va bene» rispose Christian.
I due si recarono alla tenuta e per la strada Emma decise di raccontare tutto alla persona che si era rivelata suo amico.
«Che storia. Quindi tu vuoi partire con questo ragazzo, ma lui non vuole. Dimmi, lui ti piace?»
«Ma che domande mi fai, lo conosco appena e per tua informazione non lo vedo da cinque giorni perché ci ho litigato»
«Dicono tutti così» disse Christian con tono scherzoso. Dopo che Emma ebbe piantato i fiori, tornarono a casa e Christian offrì una granita a lei. Ad un certo punto Christian disse una cosa che Emma non si aspettava di sentire: «E se venissi pure io? Potrei raggiungere mio padre quando saremo tornati. Magari così Simone si sentirà più tranquillo se ci sarò pure io.»
«Non è una semplice gita in montagna, questa è una vera impresa.»
«»Va bene” rispose Emma.
«Dopo andrò a parlare con Simone e vedo se riesco a convincerlo»
Quando Emma andò a casa di Simone era abbastanza preoccupata. Sapeva che difficilmente avrebbe accettato. Invece si meravigliò alla sua risposta: «Certo Emma, l’altro giorno ti ho trattato come una bambina. Hai tutto il diritto per seguire il sogno di tuo nonno e io non sono nessuno per vietartelo. Se vuoi invitare Christian, fa pure. Gli hai detto che partiamo dopodomani all’alba?»
«Si certo, grazie!»
Emma saltò addosso a Simone e lo abbracciò. Era davvero felice. Finalmente era sicura che quell’estate sarebbe stata magica e indimenticabile.
«Simone, ti presento Christian. Christian lui è Simone»
«Piacere, Emma mi ha molto parlato di te»
«Lo stesso è per me. Emma non continua che dire Simone di qua, Simone di là»
«Non è vero scemo» Emma in quel momento avrebbe voluto strozzare il suo amico ma si trattenne.
«Quindi ti ha raccontato tutto?»
«Sì e vorrei venire con voi, anche per proteggere questa ragazza” disse puntando un dito sulla testa di Emma.»“
«E meno male che era un segreto»
«E meno male che era un segreto»
«Sicuramente, e poi una mano in più non fa male. Allora a questo punto saremo in quattro, dovevano venire altri miei amici, ma quando hanno saputo che sareste venuti anche voi si sono tirati indietro. Non sono mai stati convinti di questo mio desiderio»
«Scusami Simone, ma allora la quarta persona chi sarebbe?»
«Ciao, io sono Anna, conosco Simone da quando sono nata praticamente. Perciò non avrei potuto rifiutarmi di aiutarlo.»
«Ciao Anna, io sono Emma. Sono l’unica ad essere spaventata?»
«No, no. Qui l’unico tranquillo è Simone»
Così i quattro fecero amicizia, Emma legò con Anna e Simone con Christian. I quattro avrebbero formato un gruppo così unito che non si sarebbero mai separati.
«Quindi anche tu non sei di qui»
«No, sono vicina di casa di Simone, come ti ho detto lo conosco da una vita. Siamo come fratelli. Tra l’altro il mio amico mi parla in continuazione di una bellissima ragazza dai capelli castani e con un sorriso così dolce. Tu per caso la conosci?» disse Anna ridendo.
«Davvero dice questo di me?»
«Sì, e non è tutto. Ti descrive in ogni minimo dettaglio e ultimamente è parecchio distratto. Cara Emma, l’hai proprio cotto a puntino.»
«Io non direi, secondo me sta davvero parlando di un’altra persona»
«No, cioè si…»balbettò Emma.
«Perché sei così pessimista? Un bellissimo ragazzo, perché dai non puoi negare che sia carino, si accorge di te e tu non ne sei felice. A meno che tu non prova alcun interesse per lui No o sì?»
«È successo tutto molto in fretta, non lo conosco ancora bene. Ma sì, devo ammettere che con lui sto bene. Mi fa ridere e battere il cuore allo stesso momento.»
«E Christian?»
«Christian cosa?»
«Dico, c’è qualcosa tra voi due»
«No, tranquilla. È tutto tuo.»
«Ma mica lo dicevo per questo. Da come ti guarda sembra che sia cotto nella stessa brace di Simone»
«In effetti si è dichiarato a me più di una volta, ma gli ho già spiegato che siamo solo amici e lui ha capito.»
Finita la sessione terapeutica, Serena tornò nella sua stanza. Si sentiva stanca e frastornata, perciò ne approfittò per riposarsi. In ospedale ciò che non mancava era il tempo di dormire. Ad un certo punto qualcuno bussò alla sua porta. Lei ancora era nel suo letto, perciò andò Lucia, la compagna di stanza, ad aprire. Era Jack in persona. «Ciao, scusate, non volevo disturbare. Passo più tardi ok?» Serena cercò di sistemarsi il più in fretta che poté. Non voleva farsi sfuggire l’occasione di conoscere un ragazzo carino e per di più simpatico.
«Tranquillo, dammi un minuto e ci sono»
«Va bene, ma ne sei sicura? Sembri ancora molto provata»
«Sì, infatti ho avuto i risultati delle analisi» mentì la ragazza.
«E?»
«Aspetta, facciamo un giro fuori. Prendo la giacca»
«Ok»
L’ospedale aveva un grande giardino tutt’intorno. Era bello e serviva ai pazienti per percepire la presenza della natura anche in un posto triste come un ospedale. Aveva tantissime siepi, fioriere, alberi alti e un laghetto con una piccola cascata dove sguazzavano un paio di oche. Sopra il laghetto vi era un ponte di legno ed è lì che i due nuovi amici si fermarono.
«Ho un tumore»
«Lo sapevo. Ho capito che mi mentivi perché già non avevi più i capelli che immagino fossero bellissimi. Non volevo turbarti»
«Grazie, comunque sì ho un tumore al seno e sono spaventata»
«Tutti nel primo periodo sono terrorizzati dalla propria malattia, ma ciò che posso dirti è che col tempo imparerai a conviverci e ad apprezzarla»
«Apprezzarla? E per cosa?»
«Ad esempio per avermi fatto conoscere te…»
«Be’ si, ma immagino che a te non piaccia stare qui»
«In realtà mi manca solo qualche mese»
«La cosa che mi dispiace più è che non potrò fare la maturità»
«Ma tu guarirai prima di giugno. Siamo ancora a novembre!»
«Sì ma come faccio con lo studio?»
«Ti aiuterò io e poi verrà una tua amica a consegnarti il materiale. Magari un tuo professore passerà a vedere come stai. Non pensare male prima del dovuto, tranquilla e poi qualunque cosa accada ci sono io con te. Ci daremo forza a vicenda»
«Perché sei così gentile con me? Io non mi merito la tua gentilezza.»
«Ma che dici e poi mi sei simpatica e devo attendere di rivederti con i tuoi bellissimi capelli oro inmagino»
«Sì, come fai a saperlo?»
«Ho intravisto una tua foto sul comodino prima»
«Ah, be’ si i miei capelli mi mancano»
«Anch’io ci sono passato, ma capisco che per una ragazza è più difficile»
«Già»
«Senti che ne dici di parlarmi un po’ di te, ti va?»
«Certo, a patto che tu faccia lo stesso. Prima però ti posso sussurrare una cosa nell’orecchio?»
«Dimmi» e così Serena sussurrò un tenero grazie. I due parlarono del più e del meno. Si raccontarono la loro vita prima dell’ospedale, i loro interessi, le loro esperienze. Insomma, per essere al primo giorno, erano diventati già grandi confidenti. Prima che calasse il buio, Jack accompagnò Serena in un posto dicendo che era il suo nascondiglio nei momenti tristi. Si trattava di un vecchio ripostiglio sulla terrazza dell’ospedale.
«Vieni. Io vengo qui quando sono giù e da ora in poi verrò anche per un’altra cosa»
«Cosa?» chiese terrorizzata la ragazza.
«Chiudi gli occhi e conta fino a tre» La ragazza preoccupata stette ai suoi ordini. Provò a contare fino a tre, ma ancora prima del due si ritrovò le labbra di lui stampate sulle sue, che l’avvolgevano in un dolce complesso grazioso. Lei si lasciò trasportare da quel turbine di emozioni e cadde vittima del suo fascino. Forse Jack, il suo Jack, non aveva tutti i torti. Forse anche tra le quattro mura di un ospedale si poteva trovare la felicità.
Con quel pensiero Serena baciò con una dolce passione Jack.
EiiiiSiiiiii, pagella uscita, voti bellissimi! E pensare che ho pure pagato la tassa di 15 € per le medie inferiori all’otto e invece quest’anno la fortuna del covid ha voluto che le mie medie si anlzassero.8.18 questa è la mia media. Non male per una che va in una delle scuole più toste di tutta Italia allo Scientifico.Vi dico alcuni voti, i più alti.9 in latino e filosofia 10 in arte e comportamento Sono felice perché sono, insieme ad italiano, avrei 9 se non fosse stato per un 5 nel tema di febbraio (ho avuto 8), le mie materie preferite.Mi ha sorpreso l’8 in inglese dove di solito sono una capra.8 anche in storia Vi giuro che nel corso del Liceo non ho mai avuto una media così alta.Crediti 12, uno in meno del massimo. I miei crediti totali sono 22 su 40, con ancora da sommarsi quello dell’anno prossimo che valgono massimo 14. Quindi, se tutto va bene, dovrei accedere alla maturità con 35 crediti. Se prendo tutto il massimo, sia nello scritto che nell’orale, allora ho 5 punti bonus che mi permettono di arrivare a 100 senza lode. Speriamo🤞🏻.Ancora è presto.E ora…ESTATE!!!ciaoooLaura
Il dono più bello che potessi ricevere è la sua fiduciaIl suo rispetto e il suo volermi bene.Non mi importa cosa potrebbe accadere un domani.Vivo il presentee lascio alle farfallecondurre il mio futuroliberonel blu del cielo.
Il racconto che andrò a proporvi questa mattina è scritto da me, ma l’idea è nata nella testolina di una bambina di otto anni, Sofia. Lei è una bambina speciale, brava e talentuosa e tra le tanti doni possiede la fantasia. L’altro giorno mi ha raccontato una sua storia e io ho voluto trasformarla in un bellissimo racconto che sia racchiuso in una clessidra tra i cinque e i dieci capitoli.
Questo il primo.
Buona lettura!
Da Cecilija, Pinterest
Serena si guardò allo specchio dopo un attimo di esitazione. I capelli, i suoi splendidi capelli dorati, erano andati in cenere e ora nulla le copriva più la nuca. Usare il rasoio era stata una delle esperienze più traumatiche della sua vita, ma non c’era altro modo. Era arrivata in quel posto da un paio di giorni. Le avevano assegnato una stanza che condivideva con un un’altra ragazza e il cibo era pessimo, la stanza era pessima, tutto era terribilmente brutto. Come avrebbe fatto a sopravvivere per lunghi mesi, se non anni?
La ragazza smise di contemplarsi allo specchio e indossò un paio di pantaloncini e una maglietta comoda per recarsi nel reparto di terapia.
Camminava a passi lenti senza badare a dove metteva piede. Serena non sopportava la vista delle barelle, dei ragazzi sofferenti, delle pareti bianche e delle infermiere. Quindi non guardava nemmeno dove andava. Questo suo modo di fare la tradì subito.
«Oi, dove vai? Ma non mi hai visto?»
«Scusa sai com’è, non ho una gamba. Me l’hanno amputata l’altro giorno»
«Scusa non lo sapevo, mi spiace» disse Serena mortificata e allo stesso tempo imbarazzata. Lui, be’ forse era una fortuna che gli fosse venuto contro perché era davvero carino. Carino? Altroché, era proprio figo.
«Piuttosto tu perché non cammini guardando dove vai?»
«È una lunga storia.»
«Sei nuova vero? È la prima volta che ti vedo.»
«Sì, perché?»
«Aspetta…spostiamoci di qui che altrimenti ostruiamo il passaggio» e nel dire questo il ragazzo sconosciuto le poggiò una mano dietro la schiena per condurla in un angolo più appartato.
Poi continuò:«Io sono qui da due anni. Tumore, due tumori per l’esattezza, ma il peggio credo sia passato. Ripeto, credo. La regola numero uno qui dentro è non darsi mai guariti prima del dovuto. Tu, invece, come mai sei qui? Non è facile parlarne, immagino.»
«Non lo so ancora, sono venuta per alcuni controlli. Il risultato delle analisi arriva questo pomeriggio.»
«E sei tesa?»
«Un po’» ammise. E nel farlo si sorprese ad aver iniziato una conversazione con un tizio sconosciuto fino ad un attimo prima. Quindi riparò chiedendogli schiettamente il nome: «Scusa non ci siamo presentati. Io sono Serena tu?»
«Io Giacomo. Piacere di conoscerti Serena. Adesso devo andare ma se vuoi dopo passa dalla mia stanza e continuiamo a parlare. Mi trovi nella stanza dei Cerbiatti. Andiamo, non fare quella faccia. Ai ragazzi è dato un animale e alle ragazze un fiore»
«È vero, io sono nella stanza delle Orchidee. Mi reputo fortunata perché l’orchidea è il mio fiore preferito.» E, nel dire ciò, un velo di tristezza le mascherò il volto. «Scusa adesso devo andare. Ci vediamo dopo Giacomo ok?»
«Sì, ma chiamami Jack, ti prego.»
«Ok e tu Sere»
«A dopo!»
Ma perché gli aveva mentito? Anche lui però, ma non capiva che una ragazza senza capelli aveva per forza di cose un tumore? Lei però aveva mentito perché aveva paura, prima di tutto di se stessa e poi della sua reazione. Perciò, per il momento avrebbe tenuto la cosa per sé, ma non ancora per molto, in teoria i risultati delle analisi dovevano arrivare nel pomeriggio. Che stupida, si disse, mentre si recava nel reparto corretto.
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.