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La storia di Gabriele

Buongiorno miei amici lettori. Oggi vi lascio qualche pagina del mio nuovo romanzo. L’ho chiamato storia di Gabriele perché ancora non ha un titolo. Fatevi avanti con critiche e commenti costruttivi. Vi attendo!

Capitolo 1

Fobia del buio nei bambini, come aiutarli - NanoPress Donna
https://www.csgialla.it/ilbuiochepaura/

Mi trovo in una stanza da film horror, non ci sono elementi terrificanti di disturbo, anzi, è proprio vuota. Queste pareti bianco latte mi spaventano a morte. È una stanza anonima. Mi chiamo Gabriele e questa è la mia storia. I ragazzi della struttura mi hanno costretto a scrivere le mie memorie per aiutarmi nella terapia. Spero solo funzioni. Per ora posso solo dire che le medicine che prendo da qualche settimana ormai stanno facendo il loro dovuto effetto. Come ho detto sono Gabriele, ma gli amici mi chiamano Gab. In realtà non li vedo da molto tempo ormai. L’ultima volta è stato quel maledetto sabato sera alla festa dei 18 anni di Sofia, la ragazza che credevo di amare dall’inizio del liceo. Invece io, da stronzo, mi sono fatto di coca e non so cos’altro, sono finito in overdose e subito dopo in coma etilico. Ed ora eccomi qui, seduto ad una scrivania di un centro di recupero per ragazzi stronzi come me.

Gabriele chiuse il diario e si alzò dalla sedia della scrivania per avvicinarsi al suo armadio e decidere cosa indossare. Quel giorno non era come tutti gli altri. Era la giornata delle visite. Perciò oggi sarebbero venuti i suoi genitori a trovarlo e con loro, per la prima volta, anche la sua sorellina Marta. Gabriele però non era contento di quella visita. Ogni volta i suoi lo facevano sentire un buon a nulla raccontandogli come procedeva bene la vita senza di lui. Gabriele in ogni caso voleva presentarsi bene, perciò optò per una camicia e un paio di jeans.

Le ore trascorse da solo con i suoi pensieri avevano portato Gabriele a ripercorrere tutta la sua vita ed era arrivato alla conclusione che il suo più grande sbaglio era stato a 16 anni quando aveva deciso di abbandonare la scuola. Lo aveva fatto perché era stufo di dipendere dai suoi genitori, di avere il coprifuoco a mezzanotte e di non potersi permettere una vacanza con i suoi amici. Così si era preso il patentino per la moto e aveva trovato lavoro come barista in un bar poco lontano da casa sua. I genitori di Gabriele accettavano riluttanti la sua scelta perché fin da piccolo il ragazzo aveva dimostrato grandi doti intellettive. Il più duro tra i due era stato suo padre che al momento di lasciare casa aveva apertamente dichiarato al figlio che non gli avrebbe mai dato più nemmeno un centesimo.

«Gabriele, sono qui. Posso farli entrare?» Chiese l’infermiera della struttura.

«Sì», rispose lui.

Anna e Francesco, i genitori di Gabriele, entrarono nella stanza esitanti, accompagnati dalla piccola Marta. La bambina, al contrario, corse incontro al fratello e lo strinse in un forte abbraccio.

«Gab, mi sei mancato moltissimo. Ero molto triste. A scuola le mie amiche parlano male della nostra famiglia. Dicono che tu ci hai rovinato e che facevi uso di brutte cose. Ma io so difendermi e quando loro provano a offendermi vado subito a dirlo alla maestra.»

«Purtroppo anche le maestre sono piene di pregiudizi e non lasciano scapparsi brutte espressioni» disse il padre.

«Mamma, papà, sono felice di vedervi, ma non c’è bisogno che mi fate visita così spesso, posso cavarmela da solo.»

Intervenne la madre: «Gabriele, noi siamo i tuoi genitori, è normale che stiamo in pensiero per te e non aspettiamo altro se non i giorni in cui potremmo venire a trovarti. Ci manchi, figlio mio, anche tuo padre, pur non ammettendolo, diglielo anche tu Fra soffre sta consumando qui dentro abbiamo parlato con i medici e se tutto va bene tra un paio di settimane potrai uscire di qui.»

«E dove andrò?»

«Verrai da noi, ovvio. Marta ha bisogno di te, tutti abbiamo bisogno di te.» Concluse la madre. «Verrai seguito da una psicologa. L’ho già trovata e per quanto mi riguarda è molto qualificata. Si è già occupata di case simili al tuo perciò noi ci fidiamo di lei.»

«Bene, sono felice di uscire da qui».

I genitori di Gabriele rimasero un altro poco con il figlio e poi se ne andarono, lasciandolo nuovamente solo.

Il giorno seguente Gabriele si svegliò presto. Decise di fare una corsa nel giardino della struttura e allenarsi un po’ con i pesi nella palestra. In seguito fece colazione, compilò il diario e si recò alla seduta di terapia. Le prime volte era stato difficile per lui aprirsi con il resto del gruppo. Aveva paura di ammettere a se stesso prima che agli altri ciò che aveva fatto e ciò che era diventato, ovvero un tossicodipendente. La prima volta che aveva fatto uso di droghe era stato a 14 anni. Aveva amici più grandi e si era fatto convincere a provare. Poi aveva iniziato a fumare, prima semplici sigarette e poi roba sempre più pesante. Alla fine era arrivato a fare uso settimanale di cocaina. Il giorno della festa di Sofia però, aveva superato la sua soglia limite ed era stato sopraffatto dall’abuso di droghe. Lui aveva qualche frammento di ricordo del tempo trascorso in coma. Si dice che le persone in coma, in un qualche modo vedono e sentono lo stesso ciò che accade intorno a loro e così era stato anche per Gabriele. Quando si era risvegliato automaticamente era scoppiato in un pianto a singhiozzi, si era accollato alla madre e per un attimo aveva incrociato lo sguardo del padre.

«Gabriele tu cosa ci racconti oggi?» Chiese la terapista.

«Niente di particolare in realtà. Ho saputo che tra dodici giorni esatti sarò fuori di qui, perciò ho deciso che in queste due settimane scarse che mi restano penserò a come affronterò la vita reale una volta uscito. Prima di tutto voglio riprendere la scuola da dove l’ho lasciata. Facevo il liceo, ma in terza ho mollato tutto a un passo dalla bocciatura. Non importa se ho perso un anno, quel che conta è terminare gli studi e chissà magari buttarmi nel mondo universitario. Poi voglio iniziare a insegnare vela ai bambini. Questa occupazione la lascerei al periodo estivo. Vivo in un paese che dista davvero poco dal mare e ogni estate mio nonno mi portava o a pescare o in barca a vela con lui.»

«Ti senti a tuo agio quando ti trovi in mare?»

«Sì, penso che il mare sia la mia casa e lo conosco come fosse casa mia.»

«Questa è una bellissima cosa, Gabriele. Poi cos’altro vorresti fare una volta fuori da qui?»

«Recuperare gli amici persi. Purtroppo mi ero creato una cerchia di falsi amici, dato che quando sono finito qui nessuno è venuto a trovarmi. Vorrei anche mettere da parte dei soldi per fare un regalo ai miei genitori e alla mia sorellina Marta.»

«Questo sì che è un bel progetto. Facciamo tutti un applauso a Gabriele per il suo spirito intraprendente e perché anche lui ce l’ha fatta». Tutti applaudirono.

Le due settimane passarono in fretta. Gabriele si dedicò a diverse attività all’interno della struttura, continuò a frequentare le sedute di gruppo con la terapista e a progettare la sua vita una volta uscito di lì. Aveva chiesto a sua madre di contattare un’altra scuola dello stesso indirizzo del liceo precedente, ovvero Scientifico e di provare a vedere se riuscivano ad inserirlo a settembre al terzo anno. La scuola non era molto vicino casa, ma Gabriele aveva il motorino e quindi sarebbe riuscito a spostarsi facilmente. La scuola però avrebbe dovuto aspettare. Era ancora giugno, ma Gabriele non aveva la più pallida idea di come avrebbe trascorso l’estate. L’anno prima, lui e la sua sorellina erano stati dai nonni al mare, ma era stufo di trascorrere le vacanze sempre nello stesso posto. Mentre era assorto nei suoi pensieri, bussarono alla porta della sua stanza:

«Avanti» disse lui.

Era Simone, il suo migliore amico. Non era la prima volta che veniva a trovarlo. In quei mesi, oltre che i suoi genitori, lui era stato la sua unica compagnia. Si conoscevano fin dai tempi delle elementari ed erano sempre andati d’accordo. Vivevano poco lontano l’uno dall’latro, quindi era solito tutti i pomeriggi che si vedessero per giocare o studiare insieme.

«Come stai Gab? Ho saputo che domani uscirai di qui.»

«Già, la tortura è finita» disse Gabriele scherzando.

«Io, davvero, invidio il tuo coraggio. Non tutti si sarebbero risollevati così in fretta. E poi mi sento così in colpa»

«E perché?» chiese Gabriele all’amico.

«Perché quella sera alla festa io ero lì con te. Purtroppo non ero abbastanza lucido da impedirti di rovinarti con quella roba. Ma da quando tu sei stato male, io ho chiuso».

«Nei mesi passati qui dentro ho capito che il nostro bisogno di bere e drogarci nasceva da un bisogno molto più profondo, o quantomeno questo vale per me. Non mi sentivo accettato, avevo bisogno di dimostrare a chissà chi che ero in grado di resistere a roba potente, che ero un figo, come si ama dire»

«Hai ragione, penso che anch’io lo facevo per lo stesso tuo bisogno», dopo una pausa: «Comunque sono venuto qui per chiederti una cosa. I tuoi genitori già lo sanno e sono d’accordo perché si fidano di mia madre. Ti andrebbe di trascorrere l’intera estate con me?»

«Ma scherzi? Sarebbe fantastico!» esclamò Gabriele.

«Noi partiamo domani, quindi hai giusto il tempo per preparare la valigia. Devi sapere che nel posto in cui vado io in vacanza ci si diverte dalla mattina alla sera. È una sorta di villaggio ed è pieno di attività interessanti, compresa la vela»

«Davvero? Be’ allora credo che ci divertiremo»

«Puoi dirlo forte!»

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8 pensieri riguardo “La storia di Gabriele

    1. Sì lo so, è un tema anche molto difficile da affrontare. Sì corre il rischio di sbagliare, di risultare pesante, di disturbare particolari lettori e, se non si è ben informati, si rischia di fare un buco nell’acqua. L’idea della storia l’ho avuta mentre mi trovavo in riva al mare alle Fontane Bianche di Siracura. Carta e penna sono sempre con me, ho scritto questo pezzo e poi ho accantonato l’idea, per i motivi citati sopra.

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